Rimini, muore per un aneurisma: medico condannato

 

La donna, 64 anni, si era presentata in pronto soccorso con un fortissimo mal di testa, venendo dimessa: un mese dopo la tragedia

                                                       IL RESTO DEL CARLINO 11 SETTEMBRE 2021

Nel novembre del 2014 si era presentata in pronto soccorso, all’ospedale Infermi di Rimini, con un fortissimo mal di testa.

Un dolore lancinante, accompagnato da rumori all’interno dell’orecchio. Quella cefalea in realtà non era altro che un aneurisma celebrale, non diagnosticato dai sanitari che l’avevano presa in cura.

Un mese dopo la donna, Maria Faetanini, era stata colpita da un’emorragia. sottoposta a un disperato intervento, non si era più ripresa, morendo l’11 aprile del 2015. Nei giorni scorsi il Giudice monocratico del Tribunale di Rimini ha condannato a otto mesi (pena sospesa) il neurologo dell’ospedale Infermi, che l’aveva visitata in occasione del suo primo accesso in pronto soccorso.

I familiari della defunta, assistiti dall’Avv. Cristian Brighi, sono sempre stati convinti che la tragedia potesse essere evitata. Per questo motivo, subito dopo la scomparsa della 64enne, avevano deciso di fare causa. L’aneurisma poteva essere diagnosticato con un’analisi di secondo livello: questa la tesi sostenuta durante il processo dai parenti e dal loro legale. Tesi a cui la difesa si era opposta sostenendo invece che nulla, nemmeno un’analisi più approfondita, avrebbe potuto impedire la morte. Ora il procedimento proseguirà in sede civile con la richiesta del risarcimento avanzata dai familiari. Non è escluso che il professionista, difeso dall’Avv. Leonardo Bernardini, presenti ricorso.

Un mal di testa lancinante

Siamo a fine novembre 2014 quando la donna si presenta al pronto soccorso. Da qualche giorno è affetta da un mal di testa che non le dà tregua: in più avverte anche degli strani rumori all’orecchio. Quando viene visitata la signora fa presente al personale tutti i suoi problemi: viene visitata anche dal neurologo, che la sottopone a una Tac, senza contrasto però. La donna e i familiari vengono rincuorati: “E’ solo un mal di testa”, si sentono rispondere. La signora viene rimandata a casa, ma il mal di testa, nonostante gli antidolorifici prescritti non passa. Passa un mese e il 27 dicembre, la signora si ripresenta al pronto soccorso dell’ospedale Infermi. La cefalea non l’abbandona. Anche in questa occasione si trova difronte lo stesso neurologo che l’ha visitata un mese prima. stavolta non la sottopone a una Tac immediata, ma gliela prescrive per due giorni dopo, ossia per il lunedì successivo. La donna torna a casa e la domenica arriva il dramma. viene colpita da un’aneurisma celebrale che provoca un’emorragia. La signora si accascia tra le braccia del figlio.

L.M.

Rimini. Viene curato per una gastrite ma è un infarto. Condannata Ausl

Rimini. Viene curato per una gastrite ma è un infarto. Condannata Ausl

Nel febbraio del 2015 un riminese di 75 anni entra in ospedale per un forte mal di pancia. Dopo poche ore, nonostante l’impegno dei medici, muore su un lettino del pronto soccorso. La diagnosi finali, ma purtroppo tardiva,  è chiara: si tratta di un infarto. I famigliari avevano subito sporto denuncia contro l’Ausl ed i medici tramite l’avvocato Cristian Brighi.

Secondo la ricostruzione l’uomo era giunto in ospedale con forti dolori allo stomaco con attacchi di vomito. Aveva mangiato un piatto di spaghetti alla carbonara ed un’arancia. Vengono fatte numerose analisi per capire le cause dei dolori. Era stato coinvolto anche il reparto di infettivologia per valutare una possibile infezione. Era stato sottoposto anche ad indagini cardiologiche ma non avevano dato nessun esito particolare. Dopo alcune ore il 75enne muore. La famiglia dopo la denuncia in Procura ha aperto anche un procedimento giudiziario, in sede civile, per avere un risarcimento dei danni. La famiglia aveva chiesto 800mila euro.

Dopo 5 anni arriva la sentenza di primo grado che condanna l’Ausl ad un risarcimento di 200mila euro. Secondo il perito, incaricato dal tribunale, se fosse stata individuata la causa del malore l’uomo avrebbe avuto qualche possibilità di salvarsi.

Una morte senza colpevoli

Rimini

27 febbraio 2014 – 11:52

Una morte senza colpevoli. Ancora

 

La donna fu sottoposta ad un intervento di frantumazione e rimozione di un calcolo, spirò due giorni dopo per una setticemia. Medici sott’accusa

rimini(ad.ce.)Un calcolo al rene di 2 centimetri può uccidere? Un pezzetto di calcare grosso come una lenticchia, può provocare la morte di una donna? Evidentemente sì, visto che la riminese Nicoletta Sartini, 37enne all’epoca dei fatti, ha perso la vita per un banale intervento di litotrissia: frantumazione e rimozione della pietruzza. Entrata nella sala operatoria dell’ospedale Maggiore di Bologna il 15 ottobre del 2009 la sfortunata signora è deceduta due giorni dopo nel reparto di terapia intensiva, dove era stata ricoverata subito dopo l’operazione. Per una setticemia fulminante. Quali le cause, di chi la colpa? Sono trascorsi quattro anni e la causa penale voluta fortemente dal marito, Luca Nicosanti, fotografo molto conosciuto a Cattolica, non è ancora giunta a conclusione. Anzi, sembra rischi di dissolversi nel nulla. Visto che il pm Gustapane della Procura di Bologna, che ha indagato sul caso, ha chiesto l’archiviazione. E questo dopo la conclusione della perizia medico-legale nella quale il tecnico incaricato dal tribunale, pur non escludendo al 100% delle responsabilità mediche, di fatto, però, non ha ravvisato in tutta evidenza quell’alta probabilità di colpa che, invece, è alla base della normativa penale. In sostanza se responsabilità sanitarie ce ne sono state vanno ricercate in sede civile e non in quella penale. Da qui la richiesta di archiviazione e l’immediata impugnazione da parte dell’avvocato Cristian Brighi, legale della famiglia della Sartini (che lasciò due figli adolescenti di 11 e 14 anni, all’epoca dei fatti). Opposizione corredata da una controperizia del professor Tagliabracci che evidenzia la colpa dell’equipe di urologia nella scelta del tipo d’intervento (non sarebbe stato meglio asportare quel calcolo direttamente con intervento chirurgico, anzichè optare per la sondina e la relativa frantumazione?) e in diverse omissioni, dall’interruzione dell’intervento alla somministrazione dei farmaci fino alle analisi che anticiparono l’operazione. Un faldone carico di documenti che ha convinto il gip bolognese a prendersi del tempo prima di decidere se archiviare o optare per il processo. Nel frattempo, però, in sede civile la causa procede con la richiesta di risarcimento danni all’Ausl, avanzata dall’avvocato Saverio Bartolomei, per una cifra superiore al milione di euro.