L’interesse ad impugnare ex art. 568 c.p.p.

L’articolo 568 comma 4 del Codice di Procedura Penale recita “per proporre impugnazione è necessario avervi interesse” ed in tal modo individua uno dei due requisiti necessari all’impugnazione, di concerto con la legittimazione, la quale spetta unicamente alla cerchia di soggetto giuridici a cui la  legge espressamente la conferisce. Cosa debba intendersi per “interesse all’impugnazione” non è tuttavia di facile definizione posto che il dettato normativo non specifica ulteriormente tale requisito.

 La giurisprudenza di legittimità in più occasioni ha chiarito come tale interesse debba ritenersi intrinsecamente connesso con il raggiungimento di una prospettiva utilitaristica nella sfera giuridica del soggetto. Tale situazione più vantaggiosa può caratterizzarsi tanto in chiave positiva, vista come il conseguimento di una decisione più favorevole rispetto a quella oggetto di gravame, tanto in chiave negativa, consistendo nella rimozione di uno svantaggio processuale (Cfr. Cass. pen. SSUU sent. 6624/2011).       

All’interno delle sfumature interpretative del concetto di “interesse ad impugnare” si inserisce una vicenda curata dal presente Studio Legale approdata, nella sua necessaria funzione nomofilattica, alla Suprema Corte di Cassazione.

L’imputato era stato fermato con la sua autovettura dalle Forze dell’Ordine per un controllo di routine e, in tale sede, le autorità avevano rinvenuto occasionalmente una mazza da baseball nel bagagliaio della vettura. Nell’immediatezza è stata contestata al soggetto la violazione dell’articolo 4 della legge 110 del 1975 nella misura in cui, senza giustificato motivo, trasportava fuori dalla propria abitazione e dalle sue pertinenze tale oggetto.

Si rende a questo punto necessario un breve approfondimento sulla disposizione normativa violata, l’articolo 4 della legge 110/1975 distingue astrattamente gli oggetti per i quali è previsto il reato di porto abusivo in due categorie; la prima ricomprende quelli menzionati nella prima parte del testo (bastoni muniti di puntale acuminato, strumenti da punta o da taglio, mazze, tubi, ecc.) i quali risultano equiparati alle armi improprie e per i quali la sola detenzione ingiustificata costituisce di per sé reato, mentre, per quanto riguarda gli altri oggetti non indicati in dettaglio caratterizzabili come oggetti atti ad offendere, sussiste invece l’ulteriore condizione di risultare “per le circostanze di tempo e di luogo” utilizzabili per offendere la persona (Cfr. Cass. pen. sent. 32269/2003 e Cass. pen. sent. 10279/2012). Il trattamento giuridico delle due categorie è lievemente differente posto che per i soli oggetti atti ad offendere può ravvisarsi l’ipotesi della lieve entità con conseguente irrogazione di una pena unicamente pecuniaria, mentre, in linea generale, il contravventore viene punito con una pena sia detentiva che pecuniaria. La cornice edittale della pena ha inoltre subito una modifica ad opera del d.lgs. 204/2010 con decorrenza 1 luglio 2011 per cui, se in precedenza il contravventore rischiava l’arresto da un mese a un anno, oggi la cornice spazia da un minimo di sei mesi a un massimo di due anni mentre, a livello pecuniario, se la sanzione prima oscillava tra i 51 e i 206 euro, oggi si situa tra i 1000 e i 10000 euro.

Nel caso di specie il Tribunale di Rimini, pur in una istruttoria tesa alla dimostrazione della sussistenza del giustificato motivo,  riconosceva erroneamente l’attenuante del fatto di lieve entità non considerando come la mazza da baseball dovesse senza dubbio essere annoverata tra le armi improprie e condannava l’imputato a una pena unicamente pecuniaria, peraltro errata nella misura in quanto irrogata utilizzando la cornice edittale precedente la riforma, errando pure la data del commesso reato nel capo di imputazione. Stante il dettato del terzo comma dell’articolo 593 c.p.p. l’appello è precluso per le sentenze applicanti la sola pena dell’ammenda, per tale motivo si ricorreva così in Cassazione al fine di ottenere il rinvio della questione di fronte ad un altro organo giudicante. La Suprema Corte tuttavia, motivando succintamente, dichiarava la questione inammissibile per carenza del requisito dell’interesse all’impugnazione.

Neppure la memoria ex art. 611 c.p.p. tempestivamente depositata riusciva a far ritenere ammissibile il ricorso presentato, a seguito della quale ammissibilità il reato sarebbe comunque andato estinto per intervenuta prescrizione.

In realtà, nel caso di specie, il requisito dell’interesse ad impugnare è fortemente presente in relazione al diritto di difesa il quale risulta evidentemente compresso. A prescindere infatti dal più generoso trattamento sanzionatorio applicato dal giudice di prime cure resta che l’erronea applicazione della pena dell’ammenda in luogo di arresto e ammenda ha precluso al contravventore la possibilità di fruire del doppio grado di giudizio di merito garantito dal nostro ordinamento. Tale diritto, pur non essendo sintetizzato espressamente da nessuna norma, si è formalizzato nell’istituzione dello strumento dell’appello che, garantendo al soggetto la possibilità di ottenere sulla medesima vicenda una seconda valutazione destinata a prevalere sulla prima, costituisce una garanzia edificante di difesa. L’importanza rivestita dalla possibilità di ottenere una seconda valutazione di merito su una medesima questione si evince anche dalla lettura dell’articolo 2 Protocollo VII della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali la quale solennemente proclama “Ogni persona dichiarata rea da un tribunale ha il diritto di far esaminare la dichiarazione di colpevolezza o la condanna da un tribunale della giurisdizione superiore.Ed appunto, nel corso di un secondo grado di merito, il signor J. avrebbe avuto un’altra occasione per sottoporre di fronte a una Corte quei “giustificati motivi” che lo portavano a trasportare con sé quell’oggetto, nel caso di specie motivazioni ludiche.

Non può tacersi il fatto che l’istruttoria dibattimentale era stata incentrata su tale punto, ove si ritenevano dimostrati elementi volti a giustificare il trasporto della mazza da baseball nel bagagliaio. L’imputato unitamente ad un amico, in abiti sportivi, stava andando da parenti prossimi del primo (che vivono a latere di un parco) i quali custodivano temporaneamente il cane dello stesso; la mazza da baseball era funzionale in quella giornata di inizio autunno per far giocare il proprio animale nel parco mediante l’ovvio lancio della palla (nello specifico da tennis).

Questa ricostruzione dibattimentale, disattesa da giudice di prime cure, ben poche possibilità aveva (come dimostra l’inammisibilità anche su tale punto, non potendo certamente la Suprema Corte rielaborare la ricostruzione effettuata dal giudice di merito in assenza di evidente “mancanza, contradditorietà e manifesta illogicità della motivazione”) di essere considerata ammissibile in assenza del, a parere dei sottoscritti, doveroso secondo grado di giudizio nel merito.

Non può dunque dubitarsi che il ricorrente avesse avuto un effettivo interesse all’impugnativa, la quale avrebbe senza dubbio potuto garantirgli un risultato più favorevole consistente in un’eventuale sentenza assolutoria a seguito di rinvio di fronte ad un altro organo giudicante.

Avrebbe peraltro dovuto riqualificarsi come appello quel ricorso per Cassazione proposto avverso la sentenza del Tribunale di Rimini posto che, come si evince da copiosa giurisprudenza (Cfr. Cass. pen. sent. 6577/1994, Cass. pen. sent. 1644/2002), un errore del giudicante che applichi la pena pecuniaria in luogo di quella sia detentiva che pecuniaria non può mutare il regime delle impugnazioni e privare il soggetto del suo diritto al doppio giudizio di merito.

Eppure, l’asciutta motivazione della sentenza recita “I primi due motivi di ricorso sono inammissibili perché manca l’interesse all’impugnazione. E in vero, oltre a rappresentare l’errore nella data indicata come quella del commesso reato, peraltro, rilevabile ictu oculi dalla lettura degli atti del fascicolo processuale, si limita a reclamare la quantificazione del fatto come reato più grave di quello ritenuto in sentenza (art. 4, comma 1 anziché comma 3 della legge 110/75) ed una sanzione più elevata (da € 1.000,00 ad € 10.000,00)rispetto a quella di € 200,00 inflittagli (ordinanza n° 35043/2017 del 05 maggio 2017 depositata il 17 luglio 2017.)

Nessuna menzione viene dedicata alla composita questione della necessità del doppio grado di giudizio di merito che tale errore applicativo della pena (come di fatto confermato anche dalla Suprema Corte) ha escluso; ciò pur nella constante evidenziazione da parte della difesa del fulcro della problematica di diritto, citando a supporto giurisprudenza nazionale e comunitaria.

Situazioni di questo tipo, probabilmente originate tanto dal sovraccarico di lavoro a cui sono sottoposti gli operatori del settore tanto dalla naturale tendenza a dedicare una minore attenzione alle questioni di minore spessore, possono generare una sensazione di ingiustizia per la quale valuteremo un possibile ricorso di fronte alla Corte di Strasburgo.

Rimini. 11.09.2017

Avvocato Cristian Brighi                                                                            Dottoressa Debora Amati

 

Il pescato sottomisura, rapide considerazioni sulla recente depenalizzazione con particolare riferimento alla pesca delle vongola

IL PESCATO SOTTOMISURA D.Lvo 4/2012

RAPIDE CONSIDERAZIONI SULLA RECENTE DEPENALIZZAZIONE CON PARTICOLARE RIFERIMENTO ALLA PESCA DELLE VONGOLE

E’ ben noto che, a far data dal 25 agosto 2016, la pesca e la commercializzazione (nonché la detenzione, lo sbarco ed il trasbordo – lett. a)) di specie ittiche sottomisura non costituisce più reato.

Questa l’estratto della norma precedentemente in vigore:

L’Art. 7 Contravvenzioni

Testo precedente le modifiche apportate dalla L. 28 luglio 2016, n. 154.

1. Al fine di tutelare le risorse biologiche il cui ambiente abituale o naturale di vita sono le acque marine, nonché di prevenire, scoraggiare ed eliminare la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, è fatto divieto di:

a) detenere, sbarcare e trasbordare esemplari di specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima in violazione della normativa in vigore;

b) trasportare e commercializzare esemplari di specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima in violazione della normativa in vigore;

c) d) e) d)  f) g) h) i) comma 2, 3 e 4 Omissis                                                               

Queste le pene al tempo previste:

Art. 8 Pene principali per le contravvenzioni

Testo precedente le modifiche apportate dalla L. 28 luglio 2016, n. 154.

1. Chiunque viola i divieti di cui all’articolo 7, comma 1, lettere a), b), c), d), e), f) e g), è punito, salvo che il fatto costituisca più grave reato, con l’arresto da due mesi a due anni o con l’ammenda da 2.000 euro a 12.000 euro.

La nuova formulazione dell’art. 7 del citato D.lvo, a seguito delle modifiche apportate dalla L. 154/2016 è il seguente:

Art. 7 Contravvenzioni

In vigore dal 25 agosto 2016 

1. Al fine di tutelare le risorse biologiche il cui ambiente abituale o naturale di vita sono le acque marine, nonché di prevenire, scoraggiare ed eliminare la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, è fatto divieto di:

a) pescare, detenere, trasbordare, sbarcare, trasportare e commercializzare le specie di cui sia vietata la cattura in qualunque stadio di crescita, in violazione della normativa vigente;

b) danneggiare le risorse biologiche delle acque marine con l’uso di materie esplodenti, dell’energia elettrica o di sostanze tossiche atte ad intorpidire, stordire o uccidere i pesci e gli altri organismi acquatici;

c) raccogliere, trasportare o mettere in commercio pesci ed altri organismi acquatici intorpiditi, storditi o uccisi con le modalità di cui alla lettera b);

d) pescare in acque sottoposte alla sovranità di altri Stati, salvo che nelle zone, nei tempi e nei modi previsti dagli accordi internazionali, ovvero sulla base delle autorizzazioni rilasciate dagli Stati interessati. Allo stesso divieto sono sottoposte le unità non battenti bandiera italiana che pescano nelle acque sottoposte alla sovranità della Repubblica italiana;

e) esercitare la pesca in acque sottoposte alla competenza di un’organizzazione regionale per la pesca, violandone le misure di conservazione o gestione e senza avere la bandiera di uno degli Stati membri di detta organizzazione;

f) sottrarre od asportare gli organismi acquatici oggetto dell’altrui attività di pesca, esercitata mediante attrezzi o strumenti fissi o mobili, sia quando il fatto si commetta con azione diretta su tali attrezzi o strumenti, sia esercitando la pesca con violazione delle distanze di rispetto stabilite dalla normativa vigente;

g) sottrarre od asportare gli organismi acquatici che si trovano in spazi acquei sottratti al libero uso e riservati agli stabilimenti di pesca e di acquacoltura e comunque detenere, trasportare e fare commercio dei detti organismi.

2. Il divieto di cui al comma 1, lettera a), non riguarda la pesca scientifica, nonché le altre attività espressamente autorizzate ai sensi delle normative internazionale, europea e nazionale vigenti. Resta esclusa qualsiasi forma di commercializzazione per i prodotti di tale tipo di pesca ed è consentito detenere e trasportare le specie pescate per soli fini scientifici.

E’ agevole notare come la condotta del “pescato sottomisura” non sia più contemplata da tale articolo, ma bensì rientri nel successivo art. 10 denominato “illeciti amministrativi”:

Art. 10 Illeciti amministrativi

In vigore dal 25 agosto 2016

1. Al fine di tutelare le risorse biologiche il cui ambiente abituale o naturale di vita sono le acque marine, nonché di prevenire, scoraggiare ed eliminare la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, è fatto divieto di:

-Omissis-

2. Fatte salve le specie ittiche soggette all’obbligo di sbarco ai sensi delle normative europee e nazionali vigenti, è fatto divieto di:

a) detenere, sbarcare e trasbordare esemplari di specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione, in violazione della normativa vigente;

b) trasportare, commercializzare e somministrare esemplari di specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione, in violazione della normativa vigente.

Vediamo le relative sanzioni oggi contemplate:

Art. 11Sanzioni amministrative principali (9)

In vigore dal 25 agosto 2016

1. 2. 3. 4.  omissis

5. Salvo che il fatto costituisca reato, chiunque viola le disposizioni di cui all’articolo 10, commi 2, lettere a) e  , 3, 4 e 6, è soggetto al pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra 1.000 euro e 75.000 euro, ovvero compresa tra 2.000 euro e 150.000 euro se le specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione sono il tonno rosso (Thunnus thynnus) o il pesce spada (Xiphias gladius), e alla sospensione dell’esercizio commerciale da cinque a dieci giorni, da applicare secondo i criteri di seguito stabiliti:

a) fino a 5 kg di pescato: sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra 1.000 euro e 3.000 euro. I predetti importi sono raddoppiati nel caso in cui le specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione sono il tonno rosso (Thunnus thynnus) o il pesce spada (Xiphias gladius);

b) oltre 5 kg e fino a 50 kg di pescato: sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra 2.500 euro e 15.000 euro e sospensione dell’esercizio commerciale per cinque giorni lavorativi. I predetti importi sono raddoppiati nel caso in cui le specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione sono il tonno rosso (Thunnus thynnus) o il pesce spada (Xiphias gladius);

c) oltre 50 kg e fino a 150 kg di pescato: sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra 6.000 euro e 36.000 euro e sospensione dell’esercizio commerciale per otto giorni lavorativi. I predetti importi sono raddoppiati nel caso in cui le specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione sono il tonno rosso (Thunnus thynnus) o il pesce spada (Xiphias gladius);

d) oltre 150 kg di pescato: sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra 12.500 euro e 75.000 euro e sospensione dell’esercizio commerciale per dieci giorni lavorativi. I predetti importi sono raddoppiati nel caso in cui le specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione sono il tonno rosso (Thunnus thynnus) o il pesce spada (Xiphias gladius).

6. Ai fini della determinazione delle sanzioni di cui al comma 5, al peso del prodotto ittico deve essere applicata una riduzione a favore del trasgressore pari al 10 per cento del peso rilevato. Eventuali decimali risultanti da questa operazione non possono essere oggetto di ulteriore arrotondamento, né è possibile tener conto di ulteriori percentuali di riduzione collegate all’incertezza della misura dello strumento, che sono già comprese nella percentuale sopra indicata.

7. Fermo restando quanto stabilito all’articolo 10, commi 2, 3 e 4, non è applicata sanzione se la cattura accessoria o accidentale di esemplari di specie di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione è stata realizzata con attrezzi conformi alle normative europea e nazionale, autorizzati dalla licenza di pesca.

 

Come di prammatica nell’alveo delle recenti “depenalizzazioni” le sanzioni amministrative recano sanzioni decisamente più onerose delle eterogenee penali, prevedendo 4 tipologie di peso ed importi fino ad € 75.000,00.

Anche rimanendo nella più modesta cornice del comma 5° lettera a), applicando le conosciute regole (art. 16 L. 689/1981) per il pagamento in misura ridotta occorrerà versare l’importo minore tra la terza parte del massimo ovvero il doppio del minimo: nel caso di specie € 1.500,00 oltre spese.

Medesimo semplice calcolo porta a valutare sanzioni (nel caso della lettera d) di almeno € 25.000,00 oltre le spese per un sottomisura di oltre kg. 150, limite che può apparire assai ampio ma che in alcune circostanze potrebbe non esserlo.

Meritano menzione i successivi commi 6 e 7, ove viene nuovamente (e correttamente) prevista una tolleranza sul pescato, pari al 10% del peso rilevato, norma si ritiene fondamentale per evitare contestazioni non altrimenti evitabili da parte del professionista.

Il comma 7 prevede, invece, una vera e propria “scriminante”, prevedendo che la inapplicabilità della sanzione se la cattura è stata realizzata con attrezzi conformi alla normativa nazionale ed europea.

Si ritiene importante innovazione che, di fatto, sancisca la “non punibilità” per chi rispetta scrupolosamente le regole, anche se, ad oggi, non sempre è facile individuare quali attrezzi siano conformi alle normative per poter beneficiare di tale “scriminante”.

APPROFONDIMENTO IN TEMA DI PESCA DELLA VONGOLA

La pesca delle vongole, diffusa soprattutto nell’alto e medio Adriatico, è stata oggetto di una recente riduzione della taglia minima, ma andiamo per gradi.

Il reg. (CE) 21.12.2006 n° 1967/2006, allegato III (taglie minime di riferimento per la conservazione) stabiliva la taglia minima della vongola in 25 mm.

Le critiche che, fin da subito hanno interessato il regolamento (intitolato alle misure di gestione per lo sfruttamento sostenibile delle risorse della pesca nel mar mediterraneo) erano relative alla settorialità della pesca della vongola che, a differenza di altro prodotto ittico,  interessava in gran parte il solo compartimento adriatico Italiano.

È stato fortemente sostenuto, con ampi studi prodotti, che la vongola (venus gallina) raggiunga la maturità sessuale già alle dimensioni di 22 mm., rendendo inutile anzi controproducente per tutto questo settore ittico, mantenere la taglia minima a 25 mm.

A ciò si aggiunga l’oggettiva difficoltà di rispettare scrupolosamente tale dimensione, essendo la pesca influenzata da elementi esterni (ad esempio i moti ondosi) che potrebbero far  ricadere nel pescato esemplari di taglia inferiore al minimo (il sottoscritto, nella vigenza della normativa penale, ha ottenuto molteplici assoluzioni proprio in relazione all’assenza dell’elemento soggettivo, stante la particolarità della pesca della vongola).

Il Parlamento Europeo, con reg. (CE) 13/10/2016 n° 2376/2016 intitolato “Regolamento delegato della commissione che istituisce un piano di rigetto per i molluschi bivalvi Venus spp. Nelle acque territoriali italiane” ha stabilito all’art. 2 “in deroga alla taglia minima per la conservazione stabilita dell’allegato III del regolamento (CE) n. 1967/2006  (…), la taglia minima di riferimento per la conservazione della venus spp. nelle acque territoriali Italiane è fissata ad una lunghezza totale di 22 mm.”

Ergo, a far data dal 26.12.2016 la taglia minima (nel rispetto del piano di rigetto istituito) è fissata in 22 mm. (all.1)

Per dare attuazione al regolamento delegato richiamato, il Ministero delle politiche agricole e Forestali, in data 27.12.2016 ha emesso un decreto volto alla adozione del Piano Nazionale di Gestione dei rigetti degli stock della vongola Venus spp (Chamalea gallina).

Sono previsti veri e propri “step”:

L’art.. 3 sancisce l’operatività, entro 90 gg. dall’entrata in vigore del piano nazionale rigetti degli stock della vongola, delle attrezzature per la selezione del prodotto presso i luoghi designati allo sbarco, utilizzando attrezzature fisse o mobili sia a terra che galleggianti.

All’art. 4 viene stabilito che, entro 180 gg. dall’entrata in vigore del piano nazionale, dovranno essere individuate le aree di restocking ove collocare il prodotto sottotaglia catturato in precedenza nonché adottare un sistema di monitoraggio scientifico continuo in tali zone, volto a controllare la sopravvivenza e l’accrescimento degli individui trasferiti.

Il successivo art. 5 contempla l’attuazione, entro 12 mesi, di un progetto pilota allo scipo di incrementare la selettività delle attrezzature di vagliatura da effettuare in due Compartimenti marittimi all’uopo designati, mentre l’art. 6 prevede, a cadenza annuale, un programma di monitoraggio finalizzato alla valutazione dello stato della risorsa vongola.

A cadenza annuale, ai fini della valutazione del piano, sarà attuato il programma di monitoraggio finalizzata alla valutazione dello stato della risorsa vongola, della efficacia delle misure tecniche adottate e dello stato di attuazione del programma nazionale di controllo.

La norma ha certamente portata innovativa e tende a creare una possibilità di collaborazione tra le parti al fine di valutare congiuntamente gli effetti della diminuzione della taglia minima a 22 mm e la conseguente sostenibilità della normativa.

Tale modifica sperimentale avrà durata fino al 31.12.2019, comunque un importante passo avanti che dovrà essere correttamente valorizzato anche dai Compartimenti marittimi e dai singoli Consorzi di Gestione.

11.04.2017                                                                                          Avv. Cristian Brighi

Una morte senza colpevoli

Rimini

27 febbraio 2014 – 11:52

Una morte senza colpevoli. Ancora

 

La donna fu sottoposta ad un intervento di frantumazione e rimozione di un calcolo, spirò due giorni dopo per una setticemia. Medici sott’accusa

rimini(ad.ce.)Un calcolo al rene di 2 centimetri può uccidere? Un pezzetto di calcare grosso come una lenticchia, può provocare la morte di una donna? Evidentemente sì, visto che la riminese Nicoletta Sartini, 37enne all’epoca dei fatti, ha perso la vita per un banale intervento di litotrissia: frantumazione e rimozione della pietruzza. Entrata nella sala operatoria dell’ospedale Maggiore di Bologna il 15 ottobre del 2009 la sfortunata signora è deceduta due giorni dopo nel reparto di terapia intensiva, dove era stata ricoverata subito dopo l’operazione. Per una setticemia fulminante. Quali le cause, di chi la colpa? Sono trascorsi quattro anni e la causa penale voluta fortemente dal marito, Luca Nicosanti, fotografo molto conosciuto a Cattolica, non è ancora giunta a conclusione. Anzi, sembra rischi di dissolversi nel nulla. Visto che il pm Gustapane della Procura di Bologna, che ha indagato sul caso, ha chiesto l’archiviazione. E questo dopo la conclusione della perizia medico-legale nella quale il tecnico incaricato dal tribunale, pur non escludendo al 100% delle responsabilità mediche, di fatto, però, non ha ravvisato in tutta evidenza quell’alta probabilità di colpa che, invece, è alla base della normativa penale. In sostanza se responsabilità sanitarie ce ne sono state vanno ricercate in sede civile e non in quella penale. Da qui la richiesta di archiviazione e l’immediata impugnazione da parte dell’avvocato Cristian Brighi, legale della famiglia della Sartini (che lasciò due figli adolescenti di 11 e 14 anni, all’epoca dei fatti). Opposizione corredata da una controperizia del professor Tagliabracci che evidenzia la colpa dell’equipe di urologia nella scelta del tipo d’intervento (non sarebbe stato meglio asportare quel calcolo direttamente con intervento chirurgico, anzichè optare per la sondina e la relativa frantumazione?) e in diverse omissioni, dall’interruzione dell’intervento alla somministrazione dei farmaci fino alle analisi che anticiparono l’operazione. Un faldone carico di documenti che ha convinto il gip bolognese a prendersi del tempo prima di decidere se archiviare o optare per il processo. Nel frattempo, però, in sede civile la causa procede con la richiesta di risarcimento danni all’Ausl, avanzata dall’avvocato Saverio Bartolomei, per una cifra superiore al milione di euro.