Dimessa dall’ospedale muore, medico a processo

Dimessa dall’ospedale di Rimini, muore

“Ho mal di testa”: era un aneurisma. Medico a processo

di GRAZIA BUSCAGLIA
Dimessa due volte dal pronto soccorso di Rimini per un mal di testa: è morta per aneurisma

Rimini, 7 ottobre 2019 – Si è presentata presentata al pronto soccorso dell’ospedale di Rimini per due volte, accusando sempre gli stessi sintomi: un violento dolore alla testa con tanto di rumori all’interno dell’orecchio. Non sapeva, la donna riminese di 64 anni, che quella maledetta ‘cefalea’ l’avrebbe portata alla morte. Il mal di testa altro non era che un aneurisma cerebrale, non disgnosticato dai sanitari che l’avevano presa in cura.

Ora un neurologo dell’ospedale di Rimini, Alberto Amadori, è a processo per il decesso della donna, da poco tempo in pensione. I familiari, assistiti dall’avvocato Cristian Brighi, subito dopo la scomparsa della signora, avevano fatto causa: volevano sapere se, con i dovuti accertamenti diagnostici, quella morte avrebbe potuto essere evitata. Due giorni fa, durante l’udienza del processo al medico (difeso dall’avvocato Leo Bernardini) sono state ripercorse le tappe del dramma che ha investito una famiglia riminese.

Siamo a fine novembre del 2014 quando la donna si presenta in pronto soccorso. Da qualche giorno è affetta da un mal di testa che non le dà tregua: in più avverte anche degli strani rumori all’orecchio. Quando viene visitata la signora fa presente al personale tutti i suoi problemi: viene visitata anche dal neurologo, il dottor Amadori, che la sottopone a una Tac, senza contrasto però.

La donna e i familiari vengono rincuorati: «E’ solo un mal di testa», si sentono rispondere. La signora viene rimandata a casa, ma il mal di testa, nonostante gli antidolorifici prescritti, non passa.

Passa un mese e il 27 dicembre, la signora si ripresenta al pronto soccorso dell’ospedale Infermi. La cefalea non l’abbandona. Anche in questa occasione si trova di fronte lo stesso neurologo che l’ha visitata un mese prima. Stavolta non la sottopone a una Tac immediata, ma gliela prescrive per due giorni dopo, ossia per il lunedì successivo. La donna torna a casa e la domenica arriva il dramma. Viene colpita da un aneurisma cerebrale che provoca un’emorragia. La signora si accascia fra le braccia del figlio.

Viene trasportata al Bufalini dove è sottoposta a un intervento chirurgico, ma le sue condizioni sono disperate. Viene poi trasportata per tentare una riabilitazione alla Sol et Salus, ma non si riprende mai più e muore l’11 aprile 2015. «Mia madre non si è più ripresa, riusciva a malapena ad aprire gli occhi e abbozzare un sorriso», ha ricordato tra le lacrime il figlio. Il processo è stato aggiornato al 29 ottobre.

Violazione obblighi assistenza familiare. Procedibilità alla luce dell’introduzione dell’art. 570 bis c.p. Cass. Pen sez. feriale n° 37766 del 03.08.2018

Violazione obblighi assistenza familiare. Procedibilità a querela o d’ufficio?

Anche a seguito dell’intervenuta formale abrogazione della fattispecie incriminatrice in contestazione la continuità normativa predicabile tra la nuova disposizione e quella previgente esclude qualsivoglia modifica del regime di procedibilità, accreditando l’attualità del principio secondo cui il reato di omessa corresponsione dell’assegno divorzile è procedibile d’ufficio e non a querela della persona offesa, in quanto il rinvio contenuto nella L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12-sexies all’art. 570 c.p. si riferisce esclusivamente al trattamento sanzionatorio previsto per il delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare e non anche al relativo regime di procedibilità (Sez. U, n. 23866 del 31/01/2013 – dep. 31/05/2013, S., Rv. 255270).

Cass. pen. Sez. feriale, Sent., (ud. 02-08-2018) 03-08-2018, n. 37766

Di seguito dal sentenza a seguito del ricorso presentato dall’Avv. Cristian Brighi

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE FERIALE PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI TOMASSI Mariastefania – Presidente -

Dott. CATENA Rossella – Consigliere -

Dott. DE SANTIS Anna Maria – rel. Consigliere -

Dott. MONTAGNI Andrea – Consigliere -

Dott. BASSI Alessandra – Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

Sul ricorso proposto da:

M.A. n. a (OMISSIS);

avverso la sentenza resa in data 1/2/2018 dalla Corte d’Appello di Bologna;

Visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;

udita nell’udienza pubblica del 2/08/2018 la relazione del Cons. Dott.ssa Anna Maria De Santis;

udita la requisitoria del Sost. Proc. Gen., Dott.ssa LORI Perla, che ha concluso per l’annullamento senza rinvio per essere il reato estinto per prescrizione;

udito il difensore dell’imputato Avv. Cristian Brighi, sostituito dall’Avv. Carmine D’Onofrio, il quale si è riportato ai motivi, chiedendone l’accoglimento.
Svolgimento del processo

1. Con sentenza n. 55333 del 7/11/2016 la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione annullava, in accoglimento del ricorso del P.m., la decisione del Tribunale di Rimini che aveva assolto con la formula del fatto non costituente reato M.A. dal reato di omessa corresponsione alla moglie divorziata R.A. dell’assegno mensile di mantenimento stabilito in suo favore dal giudice civile.

La pronunzia rescindente rilevava nella sentenza censurata una doppia violazione di legge, evidenziando – da un lato – la procedibilità d’ufficio del reato L. n. 898 del 1970, ex art. 12 sexies dall’altro, l’irrilevanza ai fini dell’integrazione della fattispecie di una situazione di bisogno o di indigenza della p.o., restando integrato l’illecito per effetto del solo inadempimento dell’obbligo contributivo disposto in sede di divorzio.

La Corte d’Appello di Bologna, giudicando in sede di rinvio, in riforma della sentenza del giudice monocratico di Rimini, dichiarava M.A. responsabile del reato ascrittogli, condannandolo alla pena di mesi due di reclusione ed Euro 200,00 di multa.

2. Ha proposto ricorso per Cassazione il difensore dell’imputato, Avv. Cristian Brighi, deducendo:

2.1 l’inosservanza o erronea applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 12 sexies in relazione al rinvio quoad poenam riferito all’art. 570 c.p., comma 2. Secondo la difesa del ricorrente la Corte territoriale ai fini della determinazione della pena ha erroneamente fatto riferimento alla sanzione stabilita in forma congiunta al secondo comma all’art. 570 c.p., comma 2 piuttosto che al comma 1, come affermato dalla giurisprudenza di legittimità nella sua massima espressione nomofilattica con sentenza del 31/1/2013 n. 23866 delle Sezioni Unite;

2.2. l’inosservanza o erronea applicazione della legge penale in ordine alla mancata qualificazione del reato come procedibile a querela, anche in considerazione dell’abrogazione della L. n. 898 del 1970, art. 12 sexies e pedissequa vigenza dell’art. 570 bis c.p.. Secondo il ricorrente l’introduzione dell’art. 570 bis c.p. ripropone la questione della procedibilità a querela, tenuto conto dell’ampliamento della fattispecie rispetto al previgente art. 12 sexies che consente di differenziare tra l’inadempimento dell’obbligo contributivo nei confronti del coniuge separato e di quello divorziato;

2.3 l’inosservanza o erronea applicazione della legge penale in ordine alla ritenuta inammissibilità della richiesta dei doppi benefici di legge e la contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione. La difesa censura la ritenuta tardività della richiesta di concessione dei benefici di legge e la contraddittorietà del giudizio prognostico di sfavore comunque formulato nonostante l’incensuratezza del ricorrente e la definizione in via transattiva del contenzioso economico, circostanze valorizzate al fine del riconoscimento delle attenuanti generiche.

Con motivi nuovi pervenuti a mezzo posta il 31 luglio 2018 il difensore deduce ulteriormente:

2.4 la mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in relazione alla mancata applicazione dell’esimente di cui all’art. 131 bis c.p., avendo la Corte distrettuale omesso di fornire adeguata ed esaustiva risposta alla prospettazione difensiva, valorizzando ai fini del diniego la durata dell’inadempimento e l’ammontare complessivo dei contributi non versati;

2.5 l’inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione all’ammissibilità della richiesta di concessione dei doppi benefici e dell’attenuante ex art. 62 c.p., n. 6, avendo la Corte trascurato la possibilità di accordarli d’ufficio a norma dell’art. 597 c.p.p., comma 5.
Motivi della decisione

3. L’esame del secondo motivo risulta logicamente prioritario in quanto revoca in dubbio la procedibilità d’ufficio del reato di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 12 sexies alla luce dell’avvenuta abrogazione e dell’introduzione nel sistema dell’art. 570 bis c.p. e impone un giudizio d’infondatezza della doglianza.

Va al riguardo segnalato che l’introduzione dell’art. 570 bis c.p. e la contestuale abrogazione espressa della L. n. 898 del 1970, art. 12-sexies e della L. n. 54 del 2006, art. 3 è stato operato con il D.Lgs. 1 marzo 2018, n. 21, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 63 del 22 marzo 2018, in attuazione della delega prevista alla L. 23 giugno 2017, n. 103, art. 1, comma 85, lett. q) che ha dato corso al principio della riserva di codice mediante la trasposizione delle norme penali spurie nella sede propria, al fine di una almeno tendenziale unificazione del corpo normativo. Alla legge delega deve riconoscersi (per gli aspetti che in questa sede rilevano) carattere meramente compilativo, come reso evidente dalla relazione ministeriale allo schema di decreto legislativo ove si legge che il nuovo art. 570-bis c.p. “assorbe le previsioni di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12-sexies e alla L. 8 febbraio 2006, n. 54 di cui all’art. 3…. La modifica, da un lato, non incide sul regime di procedibilità di ufficio, la cui corrispondenza a Costituzione è stata comunque ripetutamente affermata dalla Corte costituzionale (da ultimo con sentenza n. 220 del 2015), dall’altro, contempla le ipotesi (già previste mediante rinvio agli artt. 5 e 6 della stessa legge) di scioglimento, cessazione degli effetti civili, nullità del matrimonio oltre che quella dell’assegno dovuto ai figli nelle medesime evenienze”.

Pertanto, anche a seguito dell’intervenuta formale abrogazione della fattispecie incriminatrice in contestazione la continuità normativa predicabile tra la nuova disposizione e quella previgente esclude qualsivoglia modifica del regime di procedibilità, accreditando l’attualità del principio secondo cui il reato di omessa corresponsione dell’assegno divorzile è procedibile d’ufficio e non a querela della persona offesa, in quanto il rinvio contenuto nella L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12-sexies all’art. 570 c.p. si riferisce esclusivamente al trattamento sanzionatorio previsto per il delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare e non anche al relativo regime di procedibilità (Sez. U, n. 23866 del 31/01/2013 – dep. 31/05/2013, S., Rv. 255270).

4. Il primo motivo è fondato e merita accoglimento. Infatti, come segnalato dalla difesa, questa Corte ha chiarito che nel reato di omessa corresponsione dell’assegno divorzile previsto dalla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12-sexies come modificato dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 21 il generico rinvio, “quoad poenam”, all’art. 570 c.p. deve intendersi riferito alle pene alternative previste dal comma 1 di quest’ultima disposizione. (Sez. U, n. 23866 del 31/01/2013, S., Rv. 255269) con la conseguenza che la pena inflitta in maniera congiunta al ricorrente s’appalesa illegale.

5. Risulta ugualmente fondato il terzo motivo, richiamato nel secondo motivo nuovo. La Corte felsinea ha ritenuto inammissibile la richiesta di concessione dei doppi benefici di legge avanzata dal difensore in sede di discussione senza considerare, da un lato, che il processo era pervenuto in sede d’appello a seguito di annullamento con rinvio della sentenza assolutoria del primo giudice, e quindi in assenza di un atto d’impugnazione della difesa; dall’altro, che a norma dell’art. 597 c.p.p., comma 5, la sospensione e la non menzione potevano essere, comunque, applicate d’ufficio. Nè appare logicamente rigorosa e coerente con le risultanze processuali l’affermazione effettuata in via di chiusura argomentativa secondo cui la durata dell’inadempimento risulterebbe, in ogni caso, ostativa ad una prognosi favorevole in punto di futura astensione da condotte illecite, trattandosi di valutazione dissonante rispetto allo stato di incensuratezza e all’avvenuta definizione in via stragiudiziale del contenzioso economico con la p.o., richiamati a giustificazione della concessione delle circostanze attenuanti generiche. Ciò in quanto l’intervenuto accordo transattivo rappresenta un punto d’equilibrio nella composizione dei contrapposti interessi delle parti e segna una discontinuità con il reato che imponeva una più accurata spiegazione della assorbente rilevanza accordata al dato temporale del pregresso inadempimento.

6. Alla stregua dei rilievi che precedono – assorbiti i residui profili censori- s’impone l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio ad altra Sezione della Corte d’Appello di Bologna per nuova valutazione in punto di determinazione del trattamento sanzionatorio ed eventuale accesso ai benefici di legge. Deve al riguardo precisarsi, a fronte delle difformi conclusioni del P.g., che il reato contestato non risulta estinto per prescrizione in considerazione della sospensione per complessivi mesi 6 e gg. 13 disposta dalla Corte d’Appello a seguito di astensione dei difensori dall’attività professionale.
P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla determinazione della pena e alla sospensione e non menzione della stessa, e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’Appello di Bologna. Rigetta nel resto il ricorso.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 2 agosto 2018.

Depositato in Cancelleria il 3 agosto 2018

Rimini, quasi cieco alla guida investì due donne: assolto ma revocata la patente

TGCOM24

27 APRILE 201912:35

Rimini, quasi cieco alla guida investì due donne: assolto ma revocata la patente

Parla una delle vittime: “Mi chiedo come sia stato possibile dare la patente ad una persona che non ci vede.

Un ragazzo di 23 anni, quasi cieco, che ha investito con l’auto e ferito in modo non grave due donne nel gennaio del 2017 a Riccione, è stato assolto in primo grado perché “il fatto non costituisce reato”. La vicenda, riportata da alcuni quotidiani locali, riguarda Marco Di Nicola, residente nel Riminese, mandato a processo dalla Procura di Rimini per aver causato l’incidente stradale, per essersi allontanato dal luogo omettendo il soccorso e per lesioni.

Il pm ne aveva chiesto la condanna a 8 mesi, in rito abbreviato. In aula davanti al gup, l’avvocato difensore Cristian Brighi ha però dimostrato, certificati medici aggiornati alla mano, che il 23enne soffre di una patologia degenerativa, la retinite pigmentosa, che ne limita la visuale periferica. L’automobilista vede solo all’8,5% e le donne investite, che sono sorelle, avevano appena finito di attraversare la strada, trovandosi quindi a lato della vettura e fuori dal suo campo visivo. Inoltre il danno conseguente alle lesioni delle investite, una delle donne aveva avuto uno prognosi di 30 giorni e l’altra aveva solo graffi superficiali, non è stato fatto valere in sede penale, per mancanza di querela nei termini. In seguito all’incidente, del quale una volta informato dell’accaduto si era dichiarato l’autore, al giovane era stata ritirata la patente è ora è stata revocata in via definitiva.

“Ho sempre avuto problemi alla vista, soffro di una patologia genetica, la retinite pigmentosa, il mio bisnonno è diventato cieco”, spiega il giovane al Resto del Carlino. ”Nel gennaio di due anni fa ho scoperto di aver avuto un incidente stradale. L’ho scoperto perché una mattina sono arrivati a casa mia i vigili urbani. Sono venuti ad informarmi che l’auto, una Kia Picanto rossa, intestata a mia madre, aveva avuto un incidente stradale a Riccione. Sono caduto dalle nuvole; l’autovettura non presentava alcun danno, niente di niente. Prima hanno interrogato mia madre e poi è toccato a me”. Marco Di Nicola ha ammesso di utilizzare l’auto rossa della madre ogni giorno per recarsi al lavoro. “Io ho subito specificato agli agenti di non essermi accorto di nulla e ho immediatamente fatto presente di aver seri problemi di vista”, ha sottolineato. “Ho il visus molto ridotto. Mi è preso un colpo quando mi è stato detto che ero indagato non solo per aver provocato l’incidente, ma soprattutto per omissione di soccorso. Era diventata una questione penale ed io mi sono terrorizzato, avevo la coscienza a posto, non sapevo di aver provocato un incidente”. E conclude: “Ho un’invalidità all’ottanta per cento e sono iscritto alle liste di collocamento delle categorie protette”.

Maria Paola Canali, una delle donne investite, allo stesso quotidiano ci tiene a raccontare la situazione in cui si trova attualmente la sorella: “Isabella si è rotta una gamba durante quell’impatto e continua a zoppicare. I medici non le hanno assicurato che tornerà come prima, potrebbe non guarire completamente”. Ma in tutto questo, le due donne non portano rancore nei confronti del giovane: “Non abbiamo nessuna intenzione di infierire su quel ragazzo”, spiega Maria Paola. “Ripeto, non vogliamo fare del male a nessuno. Ci penserà l’assicurazione a risarcire i danni. Ma quello che continuo a domandarmi è come sia stato possibile che a una persona con quella patologia, uno insomma che ci vede poco, abbiano potuto dare la patente. Era un bel rischio guidare la macchina nelle sue condizioni”.

ADS a processo: assolto dal falso ideologico in atto pubblico e riconosciuta dal Collegio la tesi difensiva in ordine al reato di peculato

Il processo si è concluso con una condanna a 2 anni di reclusione, ma l’imputato si gioverà della sospensione della pena
Attualità Rimini | 18:06 – 14 Marzo 2019
La vicenda fece molto scalpore nell’opinione pubblica. Un 62enne riminese, noto tecnico del suono nelle discoteche del riminese, era finito sotto indagine, accusato di aver intascato i soldi dei cugini disabili, approfittando del suo ruolo di amministratore di sostegno dei loro beni. Il processo si è concluso giovedì 14 marzo con una condanna a 2 anni di reclusione, ma l’imputato, difeso dall’avvocato Cristian Brighi, si gioverà della sospensione della pena. Il Sostituto Procuratore Davide Ercolani aveva chiesto condanna a 6 anni di reclusione.

LE ACCUSE. Il 62enne doveva rispondere di peculato e di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, con l’aggravante del rilevante danno economico, per aver sottratto 109.000 euro ai due cugini, giustificando i prelievi delle somme con dei rendiconti risultati falsi, secondo la pubblica accusa. Il giudice ha invece assolto il riminese da quest’ultima fattispecie di reato, perché il fatto non sussiste, disponendo la condanna per il peculato, senza aggravante, ma con le attenuanti: la somma contestata, circa 32.000 euro, è denaro che l’imputato aveva prelevato per far fronte ad alcune situazioni debitorie, ma a titolo di prestito. Un prestito che l’imputato aveva segnalato al giudice tutelare, prima del procedimento penale, e che aveva ottenuto con il benestare dei suoi assistiti. Ma questo gli è comunque costato la condanna davanti al giudice.”Una sentenza soddisfacente che ha compreso e valorizzato la reale scansione dei fatti, fin da subito narrata dal mio assistito”, ha commentato l’avvocato Brighi, che ha annunciato anche ricorso in Cassazione.

Soldi non rubati ai cugini disabili ma solo presi in prestito: si prepara all’interrogatorio il 61enne riminese

Soldi non rubati ai cugini disabili ma solo presi in prestito: si prepara all’interrogatorio il 61enne riminese

Cronaca Rimini | 06:58 – 09 Marzo 2018

E’ stato fissato per lunedì 12 marzo l’interrogatorio di garanzia nei confronti del 61enne riminese, noto tecnico del suono nelle discoteche del riminese, accusato di aver intascato i soldi dei cugini disabili. L’uomo, che ricopriva il ruolo di amministratore di sostegno, è accusato di peculato aggravato e falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici; si trova attualmente ai domiciliari e davanti al giudice Benedetta Vitolo darà la propria versione dei fatti, assistito dall’avvocato Cristian Brighi. L’uomo avrebbe prelevato dei soldi dai libretti dei due cugini, impossibilitati a provvedere ai propri bisogni e per questo assistiti dal parente come amministratore di sostegno, ma a titolo di prestito con l’intento di restituirli. Questo per far fronte ad alcune situazioni debitorie insorte, in particolar modo dopo l’investimento non fruttuoso in un Bed&Breakfast in Alta Valmarecchia. I soldi prelevati però sarebbero molto inferiori alla cifra di 107.000 euro, la maggior parte del denaro è stata infatti impiegata per il bisogno dei due parenti assistiti, in un arco di tempo di una decina di anni.

L’interesse ad impugnare ex art. 568 c.p.p.

L’articolo 568 comma 4 del Codice di Procedura Penale recita “per proporre impugnazione è necessario avervi interesse” ed in tal modo individua uno dei due requisiti necessari all’impugnazione, di concerto con la legittimazione, la quale spetta unicamente alla cerchia di soggetto giuridici a cui la  legge espressamente la conferisce. Cosa debba intendersi per “interesse all’impugnazione” non è tuttavia di facile definizione posto che il dettato normativo non specifica ulteriormente tale requisito.

 La giurisprudenza di legittimità in più occasioni ha chiarito come tale interesse debba ritenersi intrinsecamente connesso con il raggiungimento di una prospettiva utilitaristica nella sfera giuridica del soggetto. Tale situazione più vantaggiosa può caratterizzarsi tanto in chiave positiva, vista come il conseguimento di una decisione più favorevole rispetto a quella oggetto di gravame, tanto in chiave negativa, consistendo nella rimozione di uno svantaggio processuale (Cfr. Cass. pen. SSUU sent. 6624/2011).       

All’interno delle sfumature interpretative del concetto di “interesse ad impugnare” si inserisce una vicenda curata dal presente Studio Legale approdata, nella sua necessaria funzione nomofilattica, alla Suprema Corte di Cassazione.

L’imputato era stato fermato con la sua autovettura dalle Forze dell’Ordine per un controllo di routine e, in tale sede, le autorità avevano rinvenuto occasionalmente una mazza da baseball nel bagagliaio della vettura. Nell’immediatezza è stata contestata al soggetto la violazione dell’articolo 4 della legge 110 del 1975 nella misura in cui, senza giustificato motivo, trasportava fuori dalla propria abitazione e dalle sue pertinenze tale oggetto.

Si rende a questo punto necessario un breve approfondimento sulla disposizione normativa violata, l’articolo 4 della legge 110/1975 distingue astrattamente gli oggetti per i quali è previsto il reato di porto abusivo in due categorie; la prima ricomprende quelli menzionati nella prima parte del testo (bastoni muniti di puntale acuminato, strumenti da punta o da taglio, mazze, tubi, ecc.) i quali risultano equiparati alle armi improprie e per i quali la sola detenzione ingiustificata costituisce di per sé reato, mentre, per quanto riguarda gli altri oggetti non indicati in dettaglio caratterizzabili come oggetti atti ad offendere, sussiste invece l’ulteriore condizione di risultare “per le circostanze di tempo e di luogo” utilizzabili per offendere la persona (Cfr. Cass. pen. sent. 32269/2003 e Cass. pen. sent. 10279/2012). Il trattamento giuridico delle due categorie è lievemente differente posto che per i soli oggetti atti ad offendere può ravvisarsi l’ipotesi della lieve entità con conseguente irrogazione di una pena unicamente pecuniaria, mentre, in linea generale, il contravventore viene punito con una pena sia detentiva che pecuniaria. La cornice edittale della pena ha inoltre subito una modifica ad opera del d.lgs. 204/2010 con decorrenza 1 luglio 2011 per cui, se in precedenza il contravventore rischiava l’arresto da un mese a un anno, oggi la cornice spazia da un minimo di sei mesi a un massimo di due anni mentre, a livello pecuniario, se la sanzione prima oscillava tra i 51 e i 206 euro, oggi si situa tra i 1000 e i 10000 euro.

Nel caso di specie il Tribunale di Rimini, pur in una istruttoria tesa alla dimostrazione della sussistenza del giustificato motivo,  riconosceva erroneamente l’attenuante del fatto di lieve entità non considerando come la mazza da baseball dovesse senza dubbio essere annoverata tra le armi improprie e condannava l’imputato a una pena unicamente pecuniaria, peraltro errata nella misura in quanto irrogata utilizzando la cornice edittale precedente la riforma, errando pure la data del commesso reato nel capo di imputazione. Stante il dettato del terzo comma dell’articolo 593 c.p.p. l’appello è precluso per le sentenze applicanti la sola pena dell’ammenda, per tale motivo si ricorreva così in Cassazione al fine di ottenere il rinvio della questione di fronte ad un altro organo giudicante. La Suprema Corte tuttavia, motivando succintamente, dichiarava la questione inammissibile per carenza del requisito dell’interesse all’impugnazione.

Neppure la memoria ex art. 611 c.p.p. tempestivamente depositata riusciva a far ritenere ammissibile il ricorso presentato, a seguito della quale ammissibilità il reato sarebbe comunque andato estinto per intervenuta prescrizione.

In realtà, nel caso di specie, il requisito dell’interesse ad impugnare è fortemente presente in relazione al diritto di difesa il quale risulta evidentemente compresso. A prescindere infatti dal più generoso trattamento sanzionatorio applicato dal giudice di prime cure resta che l’erronea applicazione della pena dell’ammenda in luogo di arresto e ammenda ha precluso al contravventore la possibilità di fruire del doppio grado di giudizio di merito garantito dal nostro ordinamento. Tale diritto, pur non essendo sintetizzato espressamente da nessuna norma, si è formalizzato nell’istituzione dello strumento dell’appello che, garantendo al soggetto la possibilità di ottenere sulla medesima vicenda una seconda valutazione destinata a prevalere sulla prima, costituisce una garanzia edificante di difesa. L’importanza rivestita dalla possibilità di ottenere una seconda valutazione di merito su una medesima questione si evince anche dalla lettura dell’articolo 2 Protocollo VII della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali la quale solennemente proclama “Ogni persona dichiarata rea da un tribunale ha il diritto di far esaminare la dichiarazione di colpevolezza o la condanna da un tribunale della giurisdizione superiore.Ed appunto, nel corso di un secondo grado di merito, il signor J. avrebbe avuto un’altra occasione per sottoporre di fronte a una Corte quei “giustificati motivi” che lo portavano a trasportare con sé quell’oggetto, nel caso di specie motivazioni ludiche.

Non può tacersi il fatto che l’istruttoria dibattimentale era stata incentrata su tale punto, ove si ritenevano dimostrati elementi volti a giustificare il trasporto della mazza da baseball nel bagagliaio. L’imputato unitamente ad un amico, in abiti sportivi, stava andando da parenti prossimi del primo (che vivono a latere di un parco) i quali custodivano temporaneamente il cane dello stesso; la mazza da baseball era funzionale in quella giornata di inizio autunno per far giocare il proprio animale nel parco mediante l’ovvio lancio della palla (nello specifico da tennis).

Questa ricostruzione dibattimentale, disattesa da giudice di prime cure, ben poche possibilità aveva (come dimostra l’inammisibilità anche su tale punto, non potendo certamente la Suprema Corte rielaborare la ricostruzione effettuata dal giudice di merito in assenza di evidente “mancanza, contradditorietà e manifesta illogicità della motivazione”) di essere considerata ammissibile in assenza del, a parere dei sottoscritti, doveroso secondo grado di giudizio nel merito.

Non può dunque dubitarsi che il ricorrente avesse avuto un effettivo interesse all’impugnativa, la quale avrebbe senza dubbio potuto garantirgli un risultato più favorevole consistente in un’eventuale sentenza assolutoria a seguito di rinvio di fronte ad un altro organo giudicante.

Avrebbe peraltro dovuto riqualificarsi come appello quel ricorso per Cassazione proposto avverso la sentenza del Tribunale di Rimini posto che, come si evince da copiosa giurisprudenza (Cfr. Cass. pen. sent. 6577/1994, Cass. pen. sent. 1644/2002), un errore del giudicante che applichi la pena pecuniaria in luogo di quella sia detentiva che pecuniaria non può mutare il regime delle impugnazioni e privare il soggetto del suo diritto al doppio giudizio di merito.

Eppure, l’asciutta motivazione della sentenza recita “I primi due motivi di ricorso sono inammissibili perché manca l’interesse all’impugnazione. E in vero, oltre a rappresentare l’errore nella data indicata come quella del commesso reato, peraltro, rilevabile ictu oculi dalla lettura degli atti del fascicolo processuale, si limita a reclamare la quantificazione del fatto come reato più grave di quello ritenuto in sentenza (art. 4, comma 1 anziché comma 3 della legge 110/75) ed una sanzione più elevata (da € 1.000,00 ad € 10.000,00)rispetto a quella di € 200,00 inflittagli (ordinanza n° 35043/2017 del 05 maggio 2017 depositata il 17 luglio 2017.)

Nessuna menzione viene dedicata alla composita questione della necessità del doppio grado di giudizio di merito che tale errore applicativo della pena (come di fatto confermato anche dalla Suprema Corte) ha escluso; ciò pur nella constante evidenziazione da parte della difesa del fulcro della problematica di diritto, citando a supporto giurisprudenza nazionale e comunitaria.

Situazioni di questo tipo, probabilmente originate tanto dal sovraccarico di lavoro a cui sono sottoposti gli operatori del settore tanto dalla naturale tendenza a dedicare una minore attenzione alle questioni di minore spessore, possono generare una sensazione di ingiustizia per la quale valuteremo un possibile ricorso di fronte alla Corte di Strasburgo.

Rimini. 11.09.2017

Avvocato Cristian Brighi                                                                            Dottoressa Debora Amati

 

Il pescato sottomisura, rapide considerazioni sulla recente depenalizzazione con particolare riferimento alla pesca delle vongola

IL PESCATO SOTTOMISURA D.Lvo 4/2012

RAPIDE CONSIDERAZIONI SULLA RECENTE DEPENALIZZAZIONE CON PARTICOLARE RIFERIMENTO ALLA PESCA DELLE VONGOLE

E’ ben noto che, a far data dal 25 agosto 2016, la pesca e la commercializzazione (nonché la detenzione, lo sbarco ed il trasbordo – lett. a)) di specie ittiche sottomisura non costituisce più reato.

Questa l’estratto della norma precedentemente in vigore:

L’Art. 7 Contravvenzioni

Testo precedente le modifiche apportate dalla L. 28 luglio 2016, n. 154.

1. Al fine di tutelare le risorse biologiche il cui ambiente abituale o naturale di vita sono le acque marine, nonché di prevenire, scoraggiare ed eliminare la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, è fatto divieto di:

a) detenere, sbarcare e trasbordare esemplari di specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima in violazione della normativa in vigore;

b) trasportare e commercializzare esemplari di specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima in violazione della normativa in vigore;

c) d) e) d)  f) g) h) i) comma 2, 3 e 4 Omissis                                                               

Queste le pene al tempo previste:

Art. 8 Pene principali per le contravvenzioni

Testo precedente le modifiche apportate dalla L. 28 luglio 2016, n. 154.

1. Chiunque viola i divieti di cui all’articolo 7, comma 1, lettere a), b), c), d), e), f) e g), è punito, salvo che il fatto costituisca più grave reato, con l’arresto da due mesi a due anni o con l’ammenda da 2.000 euro a 12.000 euro.

La nuova formulazione dell’art. 7 del citato D.lvo, a seguito delle modifiche apportate dalla L. 154/2016 è il seguente:

Art. 7 Contravvenzioni

In vigore dal 25 agosto 2016 

1. Al fine di tutelare le risorse biologiche il cui ambiente abituale o naturale di vita sono le acque marine, nonché di prevenire, scoraggiare ed eliminare la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, è fatto divieto di:

a) pescare, detenere, trasbordare, sbarcare, trasportare e commercializzare le specie di cui sia vietata la cattura in qualunque stadio di crescita, in violazione della normativa vigente;

b) danneggiare le risorse biologiche delle acque marine con l’uso di materie esplodenti, dell’energia elettrica o di sostanze tossiche atte ad intorpidire, stordire o uccidere i pesci e gli altri organismi acquatici;

c) raccogliere, trasportare o mettere in commercio pesci ed altri organismi acquatici intorpiditi, storditi o uccisi con le modalità di cui alla lettera b);

d) pescare in acque sottoposte alla sovranità di altri Stati, salvo che nelle zone, nei tempi e nei modi previsti dagli accordi internazionali, ovvero sulla base delle autorizzazioni rilasciate dagli Stati interessati. Allo stesso divieto sono sottoposte le unità non battenti bandiera italiana che pescano nelle acque sottoposte alla sovranità della Repubblica italiana;

e) esercitare la pesca in acque sottoposte alla competenza di un’organizzazione regionale per la pesca, violandone le misure di conservazione o gestione e senza avere la bandiera di uno degli Stati membri di detta organizzazione;

f) sottrarre od asportare gli organismi acquatici oggetto dell’altrui attività di pesca, esercitata mediante attrezzi o strumenti fissi o mobili, sia quando il fatto si commetta con azione diretta su tali attrezzi o strumenti, sia esercitando la pesca con violazione delle distanze di rispetto stabilite dalla normativa vigente;

g) sottrarre od asportare gli organismi acquatici che si trovano in spazi acquei sottratti al libero uso e riservati agli stabilimenti di pesca e di acquacoltura e comunque detenere, trasportare e fare commercio dei detti organismi.

2. Il divieto di cui al comma 1, lettera a), non riguarda la pesca scientifica, nonché le altre attività espressamente autorizzate ai sensi delle normative internazionale, europea e nazionale vigenti. Resta esclusa qualsiasi forma di commercializzazione per i prodotti di tale tipo di pesca ed è consentito detenere e trasportare le specie pescate per soli fini scientifici.

E’ agevole notare come la condotta del “pescato sottomisura” non sia più contemplata da tale articolo, ma bensì rientri nel successivo art. 10 denominato “illeciti amministrativi”:

Art. 10 Illeciti amministrativi

In vigore dal 25 agosto 2016

1. Al fine di tutelare le risorse biologiche il cui ambiente abituale o naturale di vita sono le acque marine, nonché di prevenire, scoraggiare ed eliminare la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, è fatto divieto di:

-Omissis-

2. Fatte salve le specie ittiche soggette all’obbligo di sbarco ai sensi delle normative europee e nazionali vigenti, è fatto divieto di:

a) detenere, sbarcare e trasbordare esemplari di specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione, in violazione della normativa vigente;

b) trasportare, commercializzare e somministrare esemplari di specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione, in violazione della normativa vigente.

Vediamo le relative sanzioni oggi contemplate:

Art. 11Sanzioni amministrative principali (9)

In vigore dal 25 agosto 2016

1. 2. 3. 4.  omissis

5. Salvo che il fatto costituisca reato, chiunque viola le disposizioni di cui all’articolo 10, commi 2, lettere a) e  , 3, 4 e 6, è soggetto al pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra 1.000 euro e 75.000 euro, ovvero compresa tra 2.000 euro e 150.000 euro se le specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione sono il tonno rosso (Thunnus thynnus) o il pesce spada (Xiphias gladius), e alla sospensione dell’esercizio commerciale da cinque a dieci giorni, da applicare secondo i criteri di seguito stabiliti:

a) fino a 5 kg di pescato: sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra 1.000 euro e 3.000 euro. I predetti importi sono raddoppiati nel caso in cui le specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione sono il tonno rosso (Thunnus thynnus) o il pesce spada (Xiphias gladius);

b) oltre 5 kg e fino a 50 kg di pescato: sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra 2.500 euro e 15.000 euro e sospensione dell’esercizio commerciale per cinque giorni lavorativi. I predetti importi sono raddoppiati nel caso in cui le specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione sono il tonno rosso (Thunnus thynnus) o il pesce spada (Xiphias gladius);

c) oltre 50 kg e fino a 150 kg di pescato: sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra 6.000 euro e 36.000 euro e sospensione dell’esercizio commerciale per otto giorni lavorativi. I predetti importi sono raddoppiati nel caso in cui le specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione sono il tonno rosso (Thunnus thynnus) o il pesce spada (Xiphias gladius);

d) oltre 150 kg di pescato: sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra 12.500 euro e 75.000 euro e sospensione dell’esercizio commerciale per dieci giorni lavorativi. I predetti importi sono raddoppiati nel caso in cui le specie ittiche di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione sono il tonno rosso (Thunnus thynnus) o il pesce spada (Xiphias gladius).

6. Ai fini della determinazione delle sanzioni di cui al comma 5, al peso del prodotto ittico deve essere applicata una riduzione a favore del trasgressore pari al 10 per cento del peso rilevato. Eventuali decimali risultanti da questa operazione non possono essere oggetto di ulteriore arrotondamento, né è possibile tener conto di ulteriori percentuali di riduzione collegate all’incertezza della misura dello strumento, che sono già comprese nella percentuale sopra indicata.

7. Fermo restando quanto stabilito all’articolo 10, commi 2, 3 e 4, non è applicata sanzione se la cattura accessoria o accidentale di esemplari di specie di taglia inferiore alla taglia minima di riferimento per la conservazione è stata realizzata con attrezzi conformi alle normative europea e nazionale, autorizzati dalla licenza di pesca.

 

Come di prammatica nell’alveo delle recenti “depenalizzazioni” le sanzioni amministrative recano sanzioni decisamente più onerose delle eterogenee penali, prevedendo 4 tipologie di peso ed importi fino ad € 75.000,00.

Anche rimanendo nella più modesta cornice del comma 5° lettera a), applicando le conosciute regole (art. 16 L. 689/1981) per il pagamento in misura ridotta occorrerà versare l’importo minore tra la terza parte del massimo ovvero il doppio del minimo: nel caso di specie € 1.500,00 oltre spese.

Medesimo semplice calcolo porta a valutare sanzioni (nel caso della lettera d) di almeno € 25.000,00 oltre le spese per un sottomisura di oltre kg. 150, limite che può apparire assai ampio ma che in alcune circostanze potrebbe non esserlo.

Meritano menzione i successivi commi 6 e 7, ove viene nuovamente (e correttamente) prevista una tolleranza sul pescato, pari al 10% del peso rilevato, norma si ritiene fondamentale per evitare contestazioni non altrimenti evitabili da parte del professionista.

Il comma 7 prevede, invece, una vera e propria “scriminante”, prevedendo che la inapplicabilità della sanzione se la cattura è stata realizzata con attrezzi conformi alla normativa nazionale ed europea.

Si ritiene importante innovazione che, di fatto, sancisca la “non punibilità” per chi rispetta scrupolosamente le regole, anche se, ad oggi, non sempre è facile individuare quali attrezzi siano conformi alle normative per poter beneficiare di tale “scriminante”.

APPROFONDIMENTO IN TEMA DI PESCA DELLA VONGOLA

La pesca delle vongole, diffusa soprattutto nell’alto e medio Adriatico, è stata oggetto di una recente riduzione della taglia minima, ma andiamo per gradi.

Il reg. (CE) 21.12.2006 n° 1967/2006, allegato III (taglie minime di riferimento per la conservazione) stabiliva la taglia minima della vongola in 25 mm.

Le critiche che, fin da subito hanno interessato il regolamento (intitolato alle misure di gestione per lo sfruttamento sostenibile delle risorse della pesca nel mar mediterraneo) erano relative alla settorialità della pesca della vongola che, a differenza di altro prodotto ittico,  interessava in gran parte il solo compartimento adriatico Italiano.

È stato fortemente sostenuto, con ampi studi prodotti, che la vongola (venus gallina) raggiunga la maturità sessuale già alle dimensioni di 22 mm., rendendo inutile anzi controproducente per tutto questo settore ittico, mantenere la taglia minima a 25 mm.

A ciò si aggiunga l’oggettiva difficoltà di rispettare scrupolosamente tale dimensione, essendo la pesca influenzata da elementi esterni (ad esempio i moti ondosi) che potrebbero far  ricadere nel pescato esemplari di taglia inferiore al minimo (il sottoscritto, nella vigenza della normativa penale, ha ottenuto molteplici assoluzioni proprio in relazione all’assenza dell’elemento soggettivo, stante la particolarità della pesca della vongola).

Il Parlamento Europeo, con reg. (CE) 13/10/2016 n° 2376/2016 intitolato “Regolamento delegato della commissione che istituisce un piano di rigetto per i molluschi bivalvi Venus spp. Nelle acque territoriali italiane” ha stabilito all’art. 2 “in deroga alla taglia minima per la conservazione stabilita dell’allegato III del regolamento (CE) n. 1967/2006  (…), la taglia minima di riferimento per la conservazione della venus spp. nelle acque territoriali Italiane è fissata ad una lunghezza totale di 22 mm.”

Ergo, a far data dal 26.12.2016 la taglia minima (nel rispetto del piano di rigetto istituito) è fissata in 22 mm. (all.1)

Per dare attuazione al regolamento delegato richiamato, il Ministero delle politiche agricole e Forestali, in data 27.12.2016 ha emesso un decreto volto alla adozione del Piano Nazionale di Gestione dei rigetti degli stock della vongola Venus spp (Chamalea gallina).

Sono previsti veri e propri “step”:

L’art.. 3 sancisce l’operatività, entro 90 gg. dall’entrata in vigore del piano nazionale rigetti degli stock della vongola, delle attrezzature per la selezione del prodotto presso i luoghi designati allo sbarco, utilizzando attrezzature fisse o mobili sia a terra che galleggianti.

All’art. 4 viene stabilito che, entro 180 gg. dall’entrata in vigore del piano nazionale, dovranno essere individuate le aree di restocking ove collocare il prodotto sottotaglia catturato in precedenza nonché adottare un sistema di monitoraggio scientifico continuo in tali zone, volto a controllare la sopravvivenza e l’accrescimento degli individui trasferiti.

Il successivo art. 5 contempla l’attuazione, entro 12 mesi, di un progetto pilota allo scipo di incrementare la selettività delle attrezzature di vagliatura da effettuare in due Compartimenti marittimi all’uopo designati, mentre l’art. 6 prevede, a cadenza annuale, un programma di monitoraggio finalizzato alla valutazione dello stato della risorsa vongola.

A cadenza annuale, ai fini della valutazione del piano, sarà attuato il programma di monitoraggio finalizzata alla valutazione dello stato della risorsa vongola, della efficacia delle misure tecniche adottate e dello stato di attuazione del programma nazionale di controllo.

La norma ha certamente portata innovativa e tende a creare una possibilità di collaborazione tra le parti al fine di valutare congiuntamente gli effetti della diminuzione della taglia minima a 22 mm e la conseguente sostenibilità della normativa.

Tale modifica sperimentale avrà durata fino al 31.12.2019, comunque un importante passo avanti che dovrà essere correttamente valorizzato anche dai Compartimenti marittimi e dai singoli Consorzi di Gestione.

11.04.2017                                                                                          Avv. Cristian Brighi

Il “tormentato percorso” del reato ex art. 2 D.L. 463/1983

Il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali ex art. 2 del decreto legge n. 463 /1983

Il percorso giurisprudenziale, approdato financo alla Corte Costituzionale, appare ancor oggi assai tormentato.

Ma andiamo per gradi.

La legge 28 aprile 2014, n. 67 ha conferito delega al Governo per la trasformazione in illecito amministrativo del reato di omesso versamento all’I.N.P.S. delle ritenute previdenziali, purché non ecceda il limite complessivo di 10.000,00 euro annui. (art. 2, comma 2 lettera c))

Pur in attesa della legge delega, pareva possibile procedere ad una interpretazione letterale della norma, la quale, a differenza delle ulteriori previsioni di depenalizzazione ivi contenute, stabiliva in maniera assolutamente chiara la soglia della punibilità penale: se non eccede il limite di € 10.000,00 è illecito amministrativo, se eccede tale soglia è illecito penale.

Nelle more, la Corte Costituzionale (sentenza n° 139 del 19 maggio 2014, depositata in cancelleria il 21 maggio 2014), già  investita della questione relativa all’ “omesso versamento all’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) di trattenute sulle retribuzioni corrisposte ai lavoratori dipendenti − nella parte in cui non prevede una soglia di punibilità, a differenza di quanto stabilito dall’art. 10-bis del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74” con pedissequa “ lesione del principio di eguaglianza sancito dall’art. 3 Cost.”, dichiarava non fondata la questione di legittimità costituzionale con articolato ragionamento. Rilevata la presenza, tra le altre, di una contestazione di mancato versamento INPS per € 24,00  rappresentava che , “occorre ricordare che questa Corte ha già precisato che resta precipuo dovere del giudice di merito di apprezzare − «alla stregua del generale canone interpretativo offerto dal principio di necessaria offensività della condotta concreta» – se essa, avuto riguardo alla ratio della norma incriminatrice, sia, in concreto, palesemente priva di qualsiasi idoneità lesiva dei beni giuridici tutelati (sentenza n. 333 del 1991). Il legislatore ben potrà, anche per deflazionare la giustizia penale, intervenire per disciplinare organicamente la materia, fermo restando il rispetto del citato”.

Il principio pare chiaro, offrendo, a parere dello scrivente, un salvacondotto che permette di pervenire a sentenza assolutoria in caso di omissioni di modesto importo.

Successive sentenze di merito ritenevano di fatto già depenalizzato il reato in esame, infatti, secondo un primo orientamento, sostenuto dalla Seconda Sezione Penale del Tribunale di Bari, con la sentenza del 16 giugno 2014, n. 1465, “si prevede l’abrogazione della fattispecie criminosa di omesso versamento ritenute INPS, di cui all’art. 2, comma 1-bis, d.l. 12 settembre 1983, n. 463, convertito con modificazioni nella l. 11 novembre 1983, n. 638, depenalizzata dalla legge in commento, pur in presenza della legge delega e senza che vi sia stata la promulgazione del decreto legislativo di attuazione”. (conforme Trib. Asti, sentenza n. 3107 del 27 giugno 2014).
Interveniva così la Corte di Cassazione (Cass. pen., sez. fer., n. 38080 del 31.07.2014 depositata il 17.09.2014) ben precisando che “la fattispecie di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali è tuttora prevista come reato, non essendo stato emanato alcun decreto legislativo che depenalizzi l’art. 2 d.l. 463/1983”

Preso atto di quanto la Sezione Feriale della Suprema Corte aveva rappresentato, ulteriori sentenze  di merito (Tribunale di Avezzano n. 712 del 24.09.2014 (dep. 16.10.2014), Tribunale di Aosta del 07.11.2014), confermavano la vigenza della normativa,  cogliendo però la motivazione riportata nella sentenza della Corte Costituzionale.  Rappresentavano infatti la “mancanza di offensività in concreto del fatto contestato, con pedissequa assoluzione nel merito perché il fatto non costituisce reato”. Nello specifico il Tribunale abruzzese riteneva tale soglia individuabile nell’importo di € 10.000,00 già indicato dalla legge, mentre il Tribunale di Aosta si pronunciava su di un omesso versamento per € 929,00.

Per converso una recente sentenza del Tribunale di Torino sez. V del 5 novembre 2014, ha statuito che, “non appare rilevante al fine della valutazione dell’offensività in concreto la circostanza che il Parlamento si sia espresso nel senso della irrilevanza penale delle condotte oggi contestate, poiché, come si è detto, in assenza di attuazione della delega legislativa, tale parametro non può ritenersi facente parte del diritto positivo vigente. (…) Perché divenga operativa, la previsione della legge delega necessita infatti della concreta attuazione da parte del governo (…)“.

Pare all’evidenza l’incertezza normativa che sottende la normativa in questione.

In questa dimensione giurisprudenziale, si inserisce una ulteriore sentenza del Tribunale di Rimini (n° 1199/2015 del 18.06.2015 – depositata il 27.08.2015), la quale, nel prendere in esame un mancato versamento di contributi INPS per € 236,00, in accoglimento di quanto richiesto dal sottoscritto difensore di fiducia dell’imputato afferma “la circostanza che l’imputato abbia provveduto a versare le somme a suo carico già due anni prima dell’emissione del decreto di citazione a giudizio, (anche se comunque oltre i termini stabiliti dall’art. 2 comma 1 bis D.L. 463/83) non consente ritenere provata in capo allo stesso la consapevolezza e volontà di omettere il tempestivo versamento degli importi dovuti in relazione ai DM inviati, dovendosi piuttosto ritenere l’omissione frutto di mera disattenzione e negligenza contabile (…) PQM (…) assolve l’imputato dal reato a lui ascritto perché il fatto non costituisce reato”.

Detta interpretazione, certamente condivisibile nel caso di specie, non trova applicazioni omogenee neppure all’interno del medesimo Tribunale di Rimini.

06.11.2015                                                 Avv. Cristian Brighi

 

Lo curano per una gastrite, muore d’infarto al Pronto soccorso

Lo curano per una gastrite, muore d’infarto al pronto soccorso

29 giugno 2015 La famiglia denuncia i medici e chiede 800mila euro di danni di Grazia Buscaglia

Rimini, 29 giugno 2015 - E’ entrato in ospedale per un  mal di stomaco. Ma dopo una decina di ore è morto sulla barella del pronto soccorso dell’ospedale Infermi. Adesso la famiglia, non solo vuole vederci chiaro su quel decesso improvviso, ma chiede soprattutto giustizia. E lo fa tramite l’avvocato Cristian Brighi, alla quale si è affidato per sporgere denuncia contro l’Ausl e contro i mediciche hanno curato il paziente.

Era lo scorso febbraio quando un riminese di 70 anni si presenta, verso le 6 del mattino, al pronto soccorso dell’«Infermi». Da qualche giorno, stando alla ricostruzione fatta dal legale della famiglia, il pensionato, vedovo e con due figli, lamenta dolori di stomaco. Ai medici che lo visitano racconta di aver mangiato un piatto di spaghetti alla carbonara ed un’arancia e poi di aver iniziato ad averi dolori sempre più lancinanti, con veri e propri attacchi di vomito.

“non si preoccupi di nulla”, viene rassicurato. Iniziano i controlli di routine: l’uomo non è cardiopatico, soffre solo dei classici disturbi dell’età, ma niente di rilevante. Le condizioni del settantenne, nonostante la permanenza in pronto soccorso, non migliorano. Gli attacchi di vomito continuano, così come i dolori allo stomaco. Il malato viene anche sottoposto a una visita con un infettivologo: i sanitari temono che abbia contratto qualche infezione. Passa il tempo e la situazione non migliora0 Dopo circa 14 ore, verso le 20, l’uomo ha un improvviso peggioramento che lo conduce alla morte.

I familiari non riescono a darsi pace: «Nostro padre stava bene, che cosa è accaduto?», si chiedono, increduli, dopo che gli viene comunicato la tragica notizia. Immediatamente chiedono che venga disposta l’autopsia sul corpo del padre. Il primo responso parla già di necrosi miocardiche. Superato, seppur a fatica, lo choc iniziale, i due figli si rivolgono allora all’avvocato Cristian Brighi e gli chiedono di svolgere delle indagini. Viene affidato l’incarico ad un perito che, esaminando i documenti, ricostruisce la vicenda. E nelle prossime ore arriverà sui tavoli della Procura la copiosa denuncia contro l’Ausl e l’equipe sanitaria che ha avuto in cura il settantenne. Un’altra battaglia, sempre nelle prossime ore, verrà aperta in sede civile con la richiesta danni per più di 800 mila Euro.  «Noi adesso vogliamo solo giustizia», fa sapere la famiglia tramite il suo legale.

di Grazia Buscaglia