Rimini, quasi cieco alla guida investì due donne: assolto ma revocata la patente

TGCOM24

27 APRILE 201912:35

Rimini, quasi cieco alla guida investì due donne: assolto ma revocata la patente

Parla una delle vittime: “Mi chiedo come sia stato possibile dare la patente ad una persona che non ci vede.

Un ragazzo di 23 anni, quasi cieco, che ha investito con l’auto e ferito in modo non grave due donne nel gennaio del 2017 a Riccione, è stato assolto in primo grado perché “il fatto non costituisce reato”. La vicenda, riportata da alcuni quotidiani locali, riguarda Marco Di Nicola, residente nel Riminese, mandato a processo dalla Procura di Rimini per aver causato l’incidente stradale, per essersi allontanato dal luogo omettendo il soccorso e per lesioni.

Il pm ne aveva chiesto la condanna a 8 mesi, in rito abbreviato. In aula davanti al gup, l’avvocato difensore Cristian Brighi ha però dimostrato, certificati medici aggiornati alla mano, che il 23enne soffre di una patologia degenerativa, la retinite pigmentosa, che ne limita la visuale periferica. L’automobilista vede solo all’8,5% e le donne investite, che sono sorelle, avevano appena finito di attraversare la strada, trovandosi quindi a lato della vettura e fuori dal suo campo visivo. Inoltre il danno conseguente alle lesioni delle investite, una delle donne aveva avuto uno prognosi di 30 giorni e l’altra aveva solo graffi superficiali, non è stato fatto valere in sede penale, per mancanza di querela nei termini. In seguito all’incidente, del quale una volta informato dell’accaduto si era dichiarato l’autore, al giovane era stata ritirata la patente è ora è stata revocata in via definitiva.

“Ho sempre avuto problemi alla vista, soffro di una patologia genetica, la retinite pigmentosa, il mio bisnonno è diventato cieco”, spiega il giovane al Resto del Carlino. ”Nel gennaio di due anni fa ho scoperto di aver avuto un incidente stradale. L’ho scoperto perché una mattina sono arrivati a casa mia i vigili urbani. Sono venuti ad informarmi che l’auto, una Kia Picanto rossa, intestata a mia madre, aveva avuto un incidente stradale a Riccione. Sono caduto dalle nuvole; l’autovettura non presentava alcun danno, niente di niente. Prima hanno interrogato mia madre e poi è toccato a me”. Marco Di Nicola ha ammesso di utilizzare l’auto rossa della madre ogni giorno per recarsi al lavoro. “Io ho subito specificato agli agenti di non essermi accorto di nulla e ho immediatamente fatto presente di aver seri problemi di vista”, ha sottolineato. “Ho il visus molto ridotto. Mi è preso un colpo quando mi è stato detto che ero indagato non solo per aver provocato l’incidente, ma soprattutto per omissione di soccorso. Era diventata una questione penale ed io mi sono terrorizzato, avevo la coscienza a posto, non sapevo di aver provocato un incidente”. E conclude: “Ho un’invalidità all’ottanta per cento e sono iscritto alle liste di collocamento delle categorie protette”.

Maria Paola Canali, una delle donne investite, allo stesso quotidiano ci tiene a raccontare la situazione in cui si trova attualmente la sorella: “Isabella si è rotta una gamba durante quell’impatto e continua a zoppicare. I medici non le hanno assicurato che tornerà come prima, potrebbe non guarire completamente”. Ma in tutto questo, le due donne non portano rancore nei confronti del giovane: “Non abbiamo nessuna intenzione di infierire su quel ragazzo”, spiega Maria Paola. “Ripeto, non vogliamo fare del male a nessuno. Ci penserà l’assicurazione a risarcire i danni. Ma quello che continuo a domandarmi è come sia stato possibile che a una persona con quella patologia, uno insomma che ci vede poco, abbiano potuto dare la patente. Era un bel rischio guidare la macchina nelle sue condizioni”.

ADS a processo: assolto dal falso ideologico in atto pubblico e riconosciuta dal Collegio la tesi difensiva in ordine al reato di peculato

Il processo si è concluso con una condanna a 2 anni di reclusione, ma l’imputato si gioverà della sospensione della pena
Attualità Rimini | 18:06 – 14 Marzo 2019
La vicenda fece molto scalpore nell’opinione pubblica. Un 62enne riminese, noto tecnico del suono nelle discoteche del riminese, era finito sotto indagine, accusato di aver intascato i soldi dei cugini disabili, approfittando del suo ruolo di amministratore di sostegno dei loro beni. Il processo si è concluso giovedì 14 marzo con una condanna a 2 anni di reclusione, ma l’imputato, difeso dall’avvocato Cristian Brighi, si gioverà della sospensione della pena. Il Sostituto Procuratore Davide Ercolani aveva chiesto condanna a 6 anni di reclusione.

LE ACCUSE. Il 62enne doveva rispondere di peculato e di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, con l’aggravante del rilevante danno economico, per aver sottratto 109.000 euro ai due cugini, giustificando i prelievi delle somme con dei rendiconti risultati falsi, secondo la pubblica accusa. Il giudice ha invece assolto il riminese da quest’ultima fattispecie di reato, perché il fatto non sussiste, disponendo la condanna per il peculato, senza aggravante, ma con le attenuanti: la somma contestata, circa 32.000 euro, è denaro che l’imputato aveva prelevato per far fronte ad alcune situazioni debitorie, ma a titolo di prestito. Un prestito che l’imputato aveva segnalato al giudice tutelare, prima del procedimento penale, e che aveva ottenuto con il benestare dei suoi assistiti. Ma questo gli è comunque costato la condanna davanti al giudice.”Una sentenza soddisfacente che ha compreso e valorizzato la reale scansione dei fatti, fin da subito narrata dal mio assistito”, ha commentato l’avvocato Brighi, che ha annunciato anche ricorso in Cassazione.

Soldi non rubati ai cugini disabili ma solo presi in prestito: si prepara all’interrogatorio il 61enne riminese

Soldi non rubati ai cugini disabili ma solo presi in prestito: si prepara all’interrogatorio il 61enne riminese

Cronaca Rimini | 06:58 – 09 Marzo 2018

E’ stato fissato per lunedì 12 marzo l’interrogatorio di garanzia nei confronti del 61enne riminese, noto tecnico del suono nelle discoteche del riminese, accusato di aver intascato i soldi dei cugini disabili. L’uomo, che ricopriva il ruolo di amministratore di sostegno, è accusato di peculato aggravato e falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici; si trova attualmente ai domiciliari e davanti al giudice Benedetta Vitolo darà la propria versione dei fatti, assistito dall’avvocato Cristian Brighi. L’uomo avrebbe prelevato dei soldi dai libretti dei due cugini, impossibilitati a provvedere ai propri bisogni e per questo assistiti dal parente come amministratore di sostegno, ma a titolo di prestito con l’intento di restituirli. Questo per far fronte ad alcune situazioni debitorie insorte, in particolar modo dopo l’investimento non fruttuoso in un Bed&Breakfast in Alta Valmarecchia. I soldi prelevati però sarebbero molto inferiori alla cifra di 107.000 euro, la maggior parte del denaro è stata infatti impiegata per il bisogno dei due parenti assistiti, in un arco di tempo di una decina di anni.

Lo curano per una gastrite, muore d’infarto al Pronto soccorso

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29 giugno 2015 La famiglia denuncia i medici e chiede 800mila euro di danni di Grazia Buscaglia

Rimini, 29 giugno 2015 - E’ entrato in ospedale per un  mal di stomaco. Ma dopo una decina di ore è morto sulla barella del pronto soccorso dell’ospedale Infermi. Adesso la famiglia, non solo vuole vederci chiaro su quel decesso improvviso, ma chiede soprattutto giustizia. E lo fa tramite l’avvocato Cristian Brighi, alla quale si è affidato per sporgere denuncia contro l’Ausl e contro i mediciche hanno curato il paziente.

Era lo scorso febbraio quando un riminese di 70 anni si presenta, verso le 6 del mattino, al pronto soccorso dell’«Infermi». Da qualche giorno, stando alla ricostruzione fatta dal legale della famiglia, il pensionato, vedovo e con due figli, lamenta dolori di stomaco. Ai medici che lo visitano racconta di aver mangiato un piatto di spaghetti alla carbonara ed un’arancia e poi di aver iniziato ad averi dolori sempre più lancinanti, con veri e propri attacchi di vomito.

“non si preoccupi di nulla”, viene rassicurato. Iniziano i controlli di routine: l’uomo non è cardiopatico, soffre solo dei classici disturbi dell’età, ma niente di rilevante. Le condizioni del settantenne, nonostante la permanenza in pronto soccorso, non migliorano. Gli attacchi di vomito continuano, così come i dolori allo stomaco. Il malato viene anche sottoposto a una visita con un infettivologo: i sanitari temono che abbia contratto qualche infezione. Passa il tempo e la situazione non migliora0 Dopo circa 14 ore, verso le 20, l’uomo ha un improvviso peggioramento che lo conduce alla morte.

I familiari non riescono a darsi pace: «Nostro padre stava bene, che cosa è accaduto?», si chiedono, increduli, dopo che gli viene comunicato la tragica notizia. Immediatamente chiedono che venga disposta l’autopsia sul corpo del padre. Il primo responso parla già di necrosi miocardiche. Superato, seppur a fatica, lo choc iniziale, i due figli si rivolgono allora all’avvocato Cristian Brighi e gli chiedono di svolgere delle indagini. Viene affidato l’incarico ad un perito che, esaminando i documenti, ricostruisce la vicenda. E nelle prossime ore arriverà sui tavoli della Procura la copiosa denuncia contro l’Ausl e l’equipe sanitaria che ha avuto in cura il settantenne. Un’altra battaglia, sempre nelle prossime ore, verrà aperta in sede civile con la richiesta danni per più di 800 mila Euro.  «Noi adesso vogliamo solo giustizia», fa sapere la famiglia tramite il suo legale.

di Grazia Buscaglia